FUSIONI BANCARIE….. essere forti in Italia si può?

Intesa lancia l’offerta su Ubi Banca

Un’offerta carta contro carta su Ubi, non ostile ma neanche concordata. È la mossa a sorpresa – annunciata ieri in tardissima serata – con cui Intesa Sanpaolo si getta nel risiko bancario: la decisione è stata presa ieri dal cda del gruppo guidato da Carlo Messina, proprio nel giorno in cui l’ex popolare ha presentato il suo nuovo piano industriale.

Intesa Sanpaolo offrirà 17 azioni del nuovo gruppo ogni 10 azioni di Ubi, valorizzando quest’ultima 4,9 miliardi: la cifra corrisponde a un premio del 28% sui valori di venerdì 14, prima del balzo con cui ieri Piazza Affari ha salutato il piano di Victor Massiah. Secondo quanto si è appreso, la scelta di Messina e del cda di Intesa è caduta su Ubi, una delle banche più prossime al colosso milanese, non solo per l’affinità identitaria ma anche per la qualità della gestione e l’attenzione per i temi della sostenibilità.

Due banche simili ma anche diverse, se non altro dal punto di vista delle dimensioni. Intesa Sanpaolo è oggi uno dei principali gruppi bancari in Europa con una capitalizzazione di mercato di circa 40 miliardi di euro. Il gruppo vanta una posizione di leadership in Italia in tutti i settori di attività, dal retail al corporate fino al wealth management con una quota di mercato del 18% nei depositi e 17% nei crediti: cifre, queste, destinate a essere ulteriormente accresciute nel caso in cui l’operazione Ubi dovesse andare in porto, e che saranno valgiate ovviamente dall’Antitrust. Oggi Intesa conta circa 11,8 milioni di clienti grazie al supporto di circa 3.800 sportelli sparsi su tutto il territorio nazionale con quote di mercato non inferiori al 12% in 17 regioni su 20. Per anni si sono ipotizzate mosse all’estero, dove il gruppo vanta una presenza di circa 1.000 sportelli e 7,2 milioni di clienti, incluse le banche controllate operanti nel commercial banking in 12 Paesi in Europa centro-orientale e in Medio Oriente e Nord Africa e una rete internazionale specializzata nel supporto alla clientela corporate in 25 Paesi. Sul 2018, la banca ha pagato 3,4 miliardi di euro di dividendi, mentre sono stati proposti 3,4 miliardi di dividendi per il 2019.

Ubi, da parte sua, rappresenta il terzo gruppo gruppo bancario del paese per capitalizzazione dopo Intesa, e UniCredit. Nata il primo aprile 2007 dalla fusione di Bpu e Banca Lombarda e Piemontese, dal 2015 la banca ha abbandonato il suo status di banca popolare per diventare un Spa. Il gruppo oggi è essenzialmente domestico, vanta una copertura multiregionale con circa 1600 filiali, di cui 608 in Lombardia e 144 in Piemonte e una rilevante presenza nel Centro e Sud Italia. Il gruppo guidato da Victor Massiah, che ha appena presentato un piano industriale triennale, conta circa 20mila dipendenti.

Ubi Banca presenta il piano al 2022: +88% di profitti, -10% di dipendentiSul fronte dei ricavi la banca mira a una strategia di protezione dei ricaviL’obiettivo è tagliare i costi operativi del 6% e dimezzare le rettifiche su crediti

In un contesto economico a dir poco sfidante, con tassi negativi e un’economia singhiozzante, Ubi Banca, alla vigilia dell’offerta pubblica di scambio annunciata in nottata da Intesa SanPaolo, mette a terra un piano industriale cauto, senza fuochi d’artificio, ma che punta comunque a generare redditività sostenibile al 2022. Ce n’è abbastanza perchè gli investitori apprezzino, tanto che il titolo della banca ieri è stato sospeso al rialzo durante la seduta, prima di chiudere a +5,5%.

L’intervento sui costi

Dopo mesi di attesa – la presentazione del piano doveva arrivare a fine 2019 – la banca guidata da Victor Massiah spiega dunque al mercato i nuovi obiettivi triennali. Che prevedono anzitutto un utile netto di 665 milioni al 2022 rispetto ai 353 milioni del 2019 e un payout dividend del 40% medio nel triennio, incrementabile qualora la solidità patrimoniale lo permetta. Il balzo dell’88% dell’ultima riga di bilancio sarà possibile grazie anzitutto a un miglioramento della gestione del credito, con un atteso dimezzamento delle rettifiche nette (da 738 milioni a 387) e una riduzione dei costi operativi del 6%, soprattutto sul segmento retail. Sono in vista almeno 2mila esuberi (2.030 per la precisione) nel giro di tre anni, circa il 10% dei dipendenti complessivi, tra prepensionamenti e uscite volontarie. Attenzione: questo è il saldo negativo dei dipendenti entro il 2022. Il dato delle uscite insomma potrebbe anche essere superiore considerando eventuali assunzioni su cui i sindacati premeranno, in un dialogo su cui Massiah si dice «ottimista». In vista anche importanti risparmi sulle filiali – che passeranno da 1540 a 1365, con una riduzione di 175 unità (-11%) e una riduzione del 35% delle filiali cash – e sul polo di Milano: i 2mila dipendenti, oggi divisi su diverse sedi, confluiranno in un solo polo che i rumors vedono nel palazzo Gioia 22, in zona Porta Nuova. Sul fronte del derisking di portafoglio, prevista una riduzione dello stock dei deteriorati da 6,8 miliardi ai 4,5 del 2022, con un Npe ratio lordo dal 7,8% al 5,2%. Il tutto senza vendite massive ma solo «opportunistiche», dice Massiah, con un rafforzamento delle attività di recupero crediti a cui saranno dedicati 490 persone.

La «protezione» dei ricavi

Questo sul fronte dei costi. Perchè sul fronte dei ricavi la banca guidata da Massiah mira anzitutto a una strategia di «protezione» del giro d’affari. Difficile pensare di crescere in maniera decisa in un mercato che fatica ad assorbire impieghi e che rende sempre meno. La concorrenza al ribasso tra banche del resto limita i margini mentre i tassi in territorio negativo rendono costosa la raccolta. Ubi si mostra non a caso molto prudente su questo aspetto e mette in conto un Euribor a 3 mesi al -0,41% per tre anni: pur in questo scenario, il totale delle commissioni nette e del margine di interesse dovrebbe crescere dell’1%. La banca punta poi a trasformare il business retail per renderlo più efficiente virando sull’omnicanalità e rafforzando il segmento dei prestiti personali e dello small business. L’altra gamba di intervento riguarderà la clientela affluent e premium: l’intenzione è far sì che tutti i gestori premium abbiano il patentino di promotori, così da portare la raccolta da questo fronte da 200 a oltre 850 milioni nel 2022. A crescere saranno invece gli investimenti in tecnologia per trasformare il modello di business. In vista 940 milioni di spese per migliorare il business, con un focus in particolare sull’It (610 milioni) per la digitalizzazione dei processi.

Il capitale e le strategie

Il capitale, infine. La banca si vuole tenere un adeguato buffer di capitale rispetto ai minimi regolamentari per remunerare gli azionisti e distribuire in media il 40% dei profitti, come detto. Alle mosse annunciate (dalla rioganizzazione su Milano alle rivalutazione del real estate già prevista), se ne aggiungono anche altre che vanno intese però come “armi potenziali”. Si va dalla potenziale cessione della quota nella partecipata cinese Zhong Ou dell’asset management, valorizzata attorno ai 250 milioni e iscritta a bilancio a 40 milioni di euro alla bancassurance su cui Massiah si tiene mano libera. «Noi – ha ricordato – abbiamo tutte le società prodotto in casa» senza averle cedute durante la crisi e «non abbiamo valorizzato la componente assicurativa» su cui «non abbiamo nulla da dire prima del 30 giugno». Sullo sfondo rimane il tema del consolidamento, per cui Ubi è data come pivot di un risiko che vede coinvolte Bper, BancoBpm e Mps (dove «non credo che lo stato voglia rimanere») come potenziali partner. Nessuna indicazione temporale, da parte del banchiere sulle aggregazioni che, però, devono «rispettare due condizioni: creare valore e prevedere chiarezza nella governance».

Ua mossa a sorpresa. Intesa Sanpaolo, nella serata di lunedì, ha comunicato di “promuovere un’offerta pubblica di scambio (Ops) volontaria e totalitaria” per acquisire Ubi Banca. Per ogni 10 azioni della banca bergamasca portate in adesione verranno corrisposte 17 azioni di Intesa Sanpaolo di nuova emissione. La differenza di valore per ogni azione è notevole: 4,254 euro anziché 2,502 euro, il prezzo ufficiale in chiusura venerdi scorso. Il premio è di 3,333 euro (27,6%), e Ubi Banca viene valorizzata 4,86 miliardi di euro. Se l’operazione riesce, nascerebbe un gruppo da tre milioni di clienti.

L’obietivo di Intesa Sanpaolo, fanno sapere nella nota, è quello di “consolidare ulteriormente, attraverso l’apporto della clientela e della rete” di Ubi Banca, “la propria leadership nel settore bancario italiano, dove opera con successo in tutti i segmenti di mercato”, il tutto in linea con le tendenze del settore, caratterizzate appunto “da un consolidamento” progressivo. Intesa vuole “raggiungere dimensioni che le consentano di competere autonomamente e svolgere un ruolo proattivo nel panorama bancario europeo”. E per questo ha guardato a Ubi Banca, che ha “caratteristiche simili”.