Il “Triangolo della Morte” …. Molti dimenticano o non sanno quanti eccidi sono stati barbaramente eseguiti tra il 1945 ed il 1946 in Emilia Romagna dai “partigiani”. I morti ingiustamente uccisi non hanno “colore” ma non è certo chi oggi fa la “morale” da sinistra che può ergersi come il difensore della libertà ‼️

Il così detto TRIANGOLO DELLA MORTE ….. ROSSA

La locuzione Triangolo della morte (o Triangolo rosso), di origine giornalistica, indica un’area del nord Italia ove alla fine della seconda guerra mondiale, tra il settembre del 1943 e il 1955, si registrò un numero particolarmente elevato di uccisioni a sfondo politico, attribuite a partigiani e a militanti di formazioni di matrice comunista.

Secondo il giornalista Francesco Malgeri, l’espressione era originariamente riferita al triangolo di territorio compreso tra Castelfranco Emilia, Mirandola e Carpi, mentre il giornalista Giampaolo Pansa indica la zona del modenese, corrispondente al triangolo compreso fra Castelfranco Emilia e due sue frazioni, Piumazzo e Manzolino.

In seguito, l’espressione è stata ripresa per indicare aree di volta in volta più ampie sia dentro che fuori dall’Emilia, ad esempio il triangolo Bologna-Reggio Emilia-Ferrara.

Lo storico Giovanni Fantozzi sostiene che nel dopoguerra, dall’aprile del 1945 alla fine del 1946, nella provincia di Modena gli omicidi politici furono diverse centinaia, probabilmente oltre il migliaio, stando alle stime dell’allora prefetto di Modena Giovanni Battista Laura, del resto non molto dissimili da quelle dei Carabinieri.

Altri autori indicano in circa 4.500 i morti causati dalla ‘giustizia partigiana’ scatenatasi alla fine della seconda guerra mondiale nel Triangolo della morte.

Sempre secondo Fantozzi i responsabili di tali delitti politici nel modenese furono, nella stragrande maggioranza dei casi, ex partigiani iscritti o simpatizzanti del Partito Comunista Italiano (PCI), ma solo una piccola parte tra le loro vittime era realmente fascista (quelle uccise cioè nell’immediato dopoguerra), mentre gli altri, la maggioranza, furono eliminati in quanto considerati “nemici di classe” o semplicemente un ostacolo ad un’auspicata rivoluzione comunista.Sangue chiama sangue. Storie della guerra civile

Le motivazioni, il clima, i presupposti  ideologici

La situazione politica emiliana nel periodo immediatamente precedente e successivo alla liberazione fu particolarmente violenta. Alla primitiva contrapposizione fra fascisti e antifascisti si aggiunse una forte istanza di trasformazione dei rapporti sociali tra detentori della proprietà fondiaria e i contadini, per lo più legati a contratti di mezzadria.

Un particolare aspetto fu rappresentato dalla figura dei sacerdoti della Chiesa Cattolica che vede insieme esperienze come quella di don Zeno Saltini, che voleva una chiesa schierata con le istanze della sinistra, ma anche una visione più conservatrice che portò alcuni sacerdoti ad essere uccisi.

I coniugi Elena Aga-Rossi (docente universitaria di Storia contemporanea) e Victor Zaslavsky (esperto di storia dei rapporti italo-sovietici), dopo l’apertura degli archivi di Stato dell’ex-URSS, ebbero lo spunto per una nuova analisi di tali avvenimenti alla luce dei rapporti del PCUS con i suoi partiti fratelli (ivi incluso, quindi, il PCI).

La tesi dei due studiosi, esposta anche in un’intervista allo stesso Roberto Beretta dalle colonne di Avvenire, è che il PCI all’epoca, se non proprio favorì, quantomeno tollerò e coprì la soppressione di esponenti di categorie (borghesi, sacerdoti, possidenti) che in un’ottica di breve-medio periodo potessero costituire un impedimento materiale e culturale-ideologico all’espansione comunista; aggiungendo tuttavia che, a loro avviso, in molte zone d’Italia ciò sarebbe stato controproducente, perché, anche se a livello locale vi fu un successo elettorale, lo stesso non accadde a livello nazionale.

Infine, per quanto riguarda le cause della debolezza, quando non del silenzio, da parte cattolica nel denunciare il massacro dei suoi preti, Aga-Rossi e Zaslavsky ipotizzano che il clero temette di vedersi rinfacciata una qualsivoglia forma di adesione al passato regime fascista, sebbene tale aspetto della questione sia ancora lungi dall’essere storicamente indagato a fondo.Togliatti e Stalin. Il PCI e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca

Esiti giudiziari

Le indagini nei primi tempi languirono: l’uccisione di religiosi e laici, esponenti di partiti aderenti alla Resistenza ma su posizioni moderate, ebbe un consistente influsso nei rapporti tra i partiti che collaboravano nel governo espresso dal CLN.

Con l’uscita dei comunisti dal governo De Gasperi ebbe un atteggiamento più fermo: furono inviati rinforzi di polizia, le indagini furono riprese e vari responsabili delle uccisioni furono individuati, anche se non mancarono clamorosi errori giudiziari come nel caso di Germano Nicolini ed Egidio Baraldi, condannati per gli assassini don Pessina e Mirotti, e riabilitati soltanto alla fine degli anni novanta.

Conseguenze politiche

Nel 1947 la collaborazione tra i partiti aderenti al CLN non resse alla prova del dopoguerra. I mutati equilibri internazionali, con la rottura fra potenze occidentali e URSS provocò anche in Italia la fine dei governi di unità nazionale e l’uscita dei comunisti dal governo.

Antonio Pallante, autore dell’attentato a Palmiro Togliatti del 14 luglio 1948, tra le motivazioni addusse il fatto di considerare il segretario del PCI come «mandante delle stragi di fascisti» e di «italiani al Nord», oltre che pericoloso per l’Italia.

Oscuramento delle notizie

Nella primavera del 1990 alcuni parenti delle vittime scrissero una lettera aperta, chiedendo almeno di sapere dove fossero stati sepolti i loro familiari per poterli umanamente seppellire.

Alcuni mesi dopo, il 29 agosto il dirigente del PCI ex-partigiano ed ex-deputato Otello Montanari rispose con un articolo sul Resto del Carlino nel quale sostenne che bisognava distinguere tra “omicidi politici”, ovvero commessi in ragione del ruolo esercitato dalla persona uccisa, ed “esecuzioni sommarie”, ovvero uccisioni indiscriminate di avversari politici e oppositori, e invitò chiunque sapesse come ritrovare le spoglie delle persone uccise a dare le necessarie informazioni.

Per questo ebbe gravi difficoltà all’interno del partito, dove venne aspramente contestato, e venne inoltre escluso dal Comitato Provinciale dell’ANPI, dalla Presidenza dell’Istituto Cervi e dalla Commissione regionale di controllo. L’invito ebbe in risposta una croce piantata nel comune di Campagnola Emilia, dove furono trovati i resti di alcune persone trucidate, vittime della guerra interna al CLN.Quelli della brigata Paolo. Eccidi e stragi partigiane nella bassa bolognese dopo il 25 aprile 1945

Letture

Lo storico e giornalista Giovanni Fantozzi in un suo saggio  1991, nel quale ripercorre le vicende del primo dopoguerra in Emilia-Romagna.

Suddiviso in quattro capitoli, narra di fatti che se oggi sono conosciuti – in seguito al periodo di ravvedimento aperto da Pansa – lo erano certamente meno all’epoca della sua scrittura, o perlomeno non ne era stata data l’ampia diffusione che ne è poi stata data successivamente.

Il saggio è tratto da http://www.mascellaro.info/aps/node/48

Il tragico dopoguerra in Emilia-Romagna tra cronaca e storia

di Giovanni FantozziI capitolo

Era necessario che crollasse il muro di Berlino per cominciare ad aprire lo scomodo album di famiglia dei comunisti italiani e far riemergere dal dimenticatoio della storia gli effetti che provocò lo stalinismo dove ebbe la forza politica di imporsi.

Tuttora vi è chi afferma la natura legalitaria del Pci del dopoguerra e chi sostiene che non si può confondere la storia con i processi alle intenzioni. La vittoria della Dc nelle elezioni del 18 aprile 1948 ha fortunatamente evitato agli italiani di sperimentare gli effetti della conquista del potere da parte dei comunisti, e non importa se questa mancata verifica consente ancora oggi a qualcuno di sostenere candidamente che all’Italia sarebbe state risparmiata la dolorosa catena di violenze e le sopraffazioni che subirono tutti gli altri paesi europei in cui i comunisti presero il potere. Ma gli effetti perversi del “socialismo reale” non furono solo una spada di Damocle che incombette a lungo sulla nostra democrazia senza mai colpirla: essi furono duramente sperimentati anche da noi, pur se in misura più circoscritta nello spazio e nel tempo.

La verità che lentamente e tra mille reticenze ed ambiguità si sta facendo strada sui “triangoli della morte” emiliano-romagnoli in cui dopo la Liberazione furono barbaramente e sommariamente eliminate da ex partigiani o militanti comunisti migliaia di persone, assume un valore che va oltre la “microstoria” dei paesi e delle province in cui si svolse ed offre la misura esemplare di quali effetti avrebbe prodotto il comunismo italiano se avesse avuto la capacità di imporre la sua legge come riuscì ad imporla in Emilia tra il 1945 ed il 1946. Piuttosto è lecito chiedersi perché solo ora questi fatti vengono alla luce nella loro cruda dimensione e come mai nessuno storico ha avuto la voglia od il coraggio di rompere la ferrea cortina di silenzio imposta dal Pci nel tentativo di rimuovere dalla coscienza storica questi delitti come tanti altri capitoli bui del comunismo. 1 Di fatto, questo periodo è stato tra i meno approfonditi dagli storici e così hanno continuato a prosperare tesi di comodo dirette a minimizzare e a contestualizzare, quando non addirittura a giustificare del tutto, quei drammatici frangenti. La caduta del muro di Berlino, causa ed insieme effetto della crisi globale del comunismo, che ha fatto da traino alla fase di trasformazione politica del Pci sfociata nella fondazione del Pds, hanno rotto, e forse definitivamente, l’incantesimo fatto di versioni di comodo e di mistificazioni ed avviato una più obiettiva riflessione sulle ampie zone d’ombra che circondano la vicenda del comunismo italiano.

È in questo clima da “caduta degli dei” che si colloca l’appello al “chi sa parli” sui delitti del dopoguerra lanciato nel settembre del 1990 dall’ex parlamentare comunista reggiano Otello Montanari. 2 Un dirigente comunista – con una vita intera trascorsa nel partito – che denunciasse le complicità del Pci in quelle violenze era del tutto impensabile solo un decennio fa, non perché quei fatti fossero ignorati o perché non se ne comprendesse la gravità ma piuttosto perché i dubbi, le incertezze venivano risolti dalla fede per il partito che veniva anteposta ad ogni altra ragione sia politica che morale. Altri, del resto, prima di Montanari avevano parlato dall’interno del Pci, ed in modo ancora più esplicito di lui, delle trame rosse del secondo dopoguerra. Ma si trattava di persone coinvolte personalmente in quegli avvenimenti e comunque non di esponenti di primo piano del partito. 3

Qualcuno ha rilevato che l’ex parlamentare del Pci poteva dire prima quello che sapeva, altri malignamente hanno osservato che se lo avesse fatto di certo non sarebbe divenuto un parlamentare ed un dirigente autorevole del partito, come in effetti è stato. Tutto ciò è vero. Ma non si possono comprendere le parole di Montanari senza capire l’effetto sconvolgente che ha provocato la fine del comunismo sulle coscienze di intere generazioni di militanti che a quel sistema e quell’ideologia avevano ciecamente e quasi religiosamente creduto. La fine del comunismo, ha scritto Miriam Mafai, “non è soltanto il fallimento di un sistema politico ed economico: è il crollo di una religione e di una Chiesa, con la sua gerarchia e il suo sistema di valori. Esso determina il sommovimenti e lacerazioni non solo sulle carte geografiche, ma nelle coscienze di quanti in quella Chiesa hanno vissuto, li obbliga a riesaminare i propri comportamenti e persino in qualche caso i propri principi morali”. 4

In questa luce, le dichiarazioni di Montanari sono il sintomo rivelatore di un crollo epocale ma fanno risaltare tutte le ambiguità e le contraddizioni che segnano il passaggio dal Pci alla nujova “cosa rossa”.

In quest’ultimo anno Montanari ha dovuto pagare duramente il suo “per avere chiamato in causa direttamente i due massimi dirigenti del Pci reggiano dell’epoca, Arrigo Nizzoli e Didimo Ferrari, come fiancheggiatori, se non mandanti, di alcuni tra i più gravi delitti commessi a quel tempo, nonché organizzatori di gruppi clandestini pronti alla lotta armata. Emarginato ed isolato dal suo partito, l’uomo dell’”operazione verità”è stato estromesso prima dagli organi dirigenti dell’ANPI e poi dell’Istituto Cervi di cui era Presidente. “M’hanno escluso” ha dichiarato riferendosi al suo partito. “Ho ricevuto solidarietà solo dal Presidente Cossiga e da alcuni dirigenti miglioristi ed occhettiani, per il resto è un calvario, mi trovo crocifisso, deriso. Allora dirò che ho sbagliato tutto, devo alzare la bandiera “chi sa taccia”, se chi parla continua a pagare”. 5

Ma cosa avvenne realmente in Emilia-Romagna tra il 1945 ed il 1946 e soprattutto perché poté accadere?

Innanzitutto va precisato un elemento importante che distingue peculiarmente l’Emilia-Romagna dal resto delle regioni del Nord Italia, all’indomani del 25 aprile 1945. Violenze ai danni di persone compromesse con la repubblica di Salò si verificarono in tutte le regioni del nord, anche in conseguenza di un conflitto che aveva assunto, almeno in parte, i connotati di una guerra civile. 6

Si registrarono fatti anche molto gravi, come le stragi di Oderzo nel trevigiano, delle carceri di Schio nel vicentino. Sul numero complessivo delle vittime, data la mancanza di dati documentati, c’è notevole discordanza: i fascisti parlarono all’epoca di 300. 000 morti7, Ferruccio Parri, allora presidente del Consiglio, valutò il numero degli uccisi in 30 mila, il ministro degli Interni Mario Scelba in 17 mila, Giorgio Bocca, più recentemente, in 15 mila. 8 Al di là del balletto delle cifre è però possibile affermare che questa ondata di vendette si esaurì generalmente, fatte le dovute eccezioni, in poche settimane e già a metà del maggio 1945 era quasi completamente cessata. Si trattò quindi di un fenomeno certamente doloroso e diffuso, ma che è possibile inserire tra le conseguenze della guerra e del suo strascico di odi e di rancori.

Molto diverso fu il caso dell’Emilia-Romagna. Qui la violenza assunse caratteri e durata inusitati: non si rivolse solo contro i fascisti ma ebbe come obiettivo persone soprattutto persone che rientravano nella vasta categoria politico-sociale dei “nemici di classe”. Furono in particolare possidenti, agrari, piccoli commercianti e coltivatori, preti e democristiani le “vittime dell’odio”. In tutta l’Emilia-Romagna – manca anche in questo caso uno studio organico9– furono circa tremila le persone soppresse da ex partigiani o militanti comunisti. Facendo riferimento ai documenti dell’epoca, si può ricordare che il prefetto della Liberazione Vittorio Pelizzi scrisse che “nella provincia di Reggio Emilia, le persone scomparse per fatti di guerra o di banditismo nel periodo che va dalla Liberazione al dicembre 1945 non furono neppure un migliaio”. 10 Nella provincia di Modena, un rapporto dei carabinieri dell’ottobre del 1946 assommava ad 893 le vittime del post Liberazione11, mentre il prefetto G. B. Laura nel febbraio del 1950 riteneva di poter affermare “che siano state soppresse nella provincia di Modena da partigiani o da comunisti sedicenti partigiani, oltre 1. 010 persone, comprese quelle che, provenienti dal nord, si dirigevano verso l’Italia centrale e meridionale”. 12 Un altro rapporto del 1946 dei carabinieri di Bologna parla di 675 persone soppresse in quella provincia, di cui 180 ancora da ritrovarsi. 13

A confermare il legame politico di quei delitti con il Pci, è interessante constatare la diretta corrispondenza tra il peso politico ed elettorale del Pci ed il numero degli uccisi. Essi si concentrarono infatti in quelle province (Reggio, Modena, Bologna e la Romagna)14 a più forte insediamento comunista, mentre furono assai meno nelle province dell’Emilia del nord, come Parma15 e Piacenza, dove tale presenza politica era inferiore e più consistente era il peso della Dc e degli altri partiti democratici. Occorre inoltre dire che, anche all’interno delle singole province, le zone che registrarono il maggior numero di omicidi furono quelle di pianura dove il Pci totalizzò alle elezioni del dopoguerra dal 60 all’80 per cento dei voti, mentre nei comuni “bianchi” della montagna, ove pure si era svolta in grande prevalenza la lotta partigiana, il fenomeno fu molto più ridotto.

Qui l’ondata di uccisioni non si risolse nelle prime settimane dopo il 25 aprile, ma anzi perdurò intensa per tutto il 1945 e cominciò a defluire nel corso del 1946 fin quasi a scomparire verso la fine dell’anno in concomitanza con l’assunzione del ministero degli Interni prima da parte di De Gasperi e poi di Scelba. 16 Lungi dall’essere circoscritti, questi delitti – che si inserivano in una cornice non meno grave di intimidazioni, pestaggi e minacce nei confronti degli avversari politici – si dilatarono al punto da creare un vero e proprio clima preinsurrezionale, con un ordine pubblico completamente al di fuori del controllo dello stato. 17

Nel contesto emiliano non furono quindi tanto le conseguenze della guerra a provocare il bagno di sangue ma un odio ideologico e di parte che configgevano apertamente con i valori di libertà e di pluralismo politico, condivisi -almeno a parole -da tutti i partiti che componevano al Resistenza al nazifascismo e che saranno poi posti alla base della nostra Costituzione.

La chiara linea di demarcazione che intercorre tra la Resistenza ed i crimini successivi, è stata ribadita con fermezza da Paolo Emilio Taviani, senatore dc e presidente della Federazione Volontari della Libertà: “La Resistenza, secondo Risorgimento nazionale, iniziò l’8 settembre 1943 e si concluse il 25 aprile del 1945 con la resa delle truppe naziste alle forze popolari della liberazione. […] I fatti deplorevolissimi di cui si torna oggi a parlare, che da noi furono subito, già allora deprecati e denunciati, si verificarono dopo la Resistenza e non hanno nulla a che vedere con i suoi ideali di libertà e di indipendenza nazionale”. 18

A provocare questo stato di cose furono due elementi strettamente connessi tra loro. Il primo era rappresentato dalla fortissima tensione rivoluzionaria diffusa nella base del Partito comunista. Gran parte dei militanti comunisti vedevano la conclusione della Resistenza al nazifascismo non il punto terminale della lotta ma solo il suo livello intermedio. Assai estesa era la convinzione che fosse ormai giunta l’ora della “battaglia decisiva” per l’affermazione dell’”ordine socialista”. Anche Norberto Bobbio ha scritto in maniera autorevole che dalla Resistenza scaturirono tre diverse guerre: le prime due, quelle contro i tedeschi e contro i fascisti, furono vinte; la terza, quella rivoluzionaria contro il “nemico di classe”, che era voluta solo dai comunisti, no. 19 Ma quella battaglia per l’”ordine nuovo”, che pure alla fine risultò perdente, in Emilia-Romagna venne ingaggiata. E non da “schegge impazzite”, come qualcuno continua a sostenere, ma da migliaia di persone, anche se non tutte arrivarono a macchiarsi di delitti. 20

D’altra parte, per spiegare la virulenza dell’odio in cui si mescolavano spesso in un groviglio inestricabile motivazioni politiche e risentimenti personali e non di rado fini di rapina, è necessario sottolineare che soprattutto nelle campagne emiliane l’arruolamento nelle file partigiane venne promosso dal Pci con fini dichiaratamente classisti, fino ad identificare la figura del proprietario e dell’agrario con quella del fascista. 21 In questo la violenza del secondo dopoguerra dopoguerra si ricollega a quella che sconvolse le campagne emiliane nel “biennio rosso” del 1919-1921, ed in senso più generale alla tradizione massimalista ed anticlericale del periodo prefascista che aveva nell’Emilia- Romagna una dei suoi punti di massima forza. 22

“In generale è diffusa la convinzione – scriveva nel luglio 1944 da Montefiorino il capo partigiano comunista Bruno Gombi – che dopo la vittoria debba il nostro partito, e possa, fare la rivoluzione comunista per distruggere la borghesia”. 23 E dopo la Liberazione, sottolineava Giorgio Amendola in un’intervista del 1978, “malgrado gli sforzi di Togliatti l’orientamento soprattutto nelle zone di massima forza – Emilia e Toscana – era quello dell’ora X. […] Bisognava difendere la libertà, conquistare comuni, aumentare il numero dei deputati ma per conquistare posizioni utili per il “momento buono”. Quando sarebbe venuto questo momento risolutivo nessuno poteva dirlo ma non esisteva molta fiducia che si potesse arrivare al socialismo attraverso una modificazione democratica del paese”. 24

L’altro elemento che permise l’espandersi incontrollato della violenza politica per quasi un biennio fu l’estrema debolezza dello Stato. Praticamente tutte le leve del potere locale, dai Cln, ai comuni, al sindacato, vennero egemonizzate dal Pci e la tutela dell’ordine pubblico venne assunta da squadre di polizia partigiana, quasi per intero composte da comunisti, che spesso si resero complici – come numerosi processi poi dimostrarono – dei delitti che istituzionalmente erano tenute a reprimere. E quando Mario Scelba divenne ministro degli Interni, il suo primo atto fu proprio quello di procedere all’epurazione della polizia partigiana e di restaurare l’autorità dello Stato in Emilia. Occorreva “far capire a Togliatti che qualcosa era cambiato. La regione in cui il Pci era più forte era l’Emilia-Romagna: era quindi di lì che bisognava cominciare”. 25

D’altronde se le violenze fossero state davvero commesse da un numero esiguo di militanti che non si rassegnavano a consegnare il fucile, esse sarebbero state facilmente isolate ed emarginate da un partito efficiente e capillare come il Pci che era in grado di esercitare sui propri iscritti una ferrea capacità di controllo.

Quando la riorganizzazione delle forze dell’ordine cominciò a consentire il ritorno dell’autorità dello Stato ed insieme ad essa l’accertamento delle responsabilità in numerosi delitti compiuti dopo il 25 aprile, il Pci si schierò con grande decisione a favore di tutti gli imputati arrestati, inaugurando la tesi, dietro la quale continua ancor oggi ad arroccarsi, della “caccia alle streghe” e del “processo alla Resistenza”. 26 Nel 1948 venne costituito un Centro di solidarietà democratica, allo scopo di assistere tutti i processati senza alcuna distinzione circa l’entità e la gravità dei reati commessi, e di coordinare ogni mezzo utile alla loro difesa. 27 Il Centro di Solidarietà democratica fornì assistenza legale a persone responsabili di aver ucciso dopo la Liberazione fascisti, ma allo stesso modo sostenne gli uccisori di preti, di democristiani, di altri partigiani non comunisti. Secondo gli avvocati difensori comunisti, anche le violenze commesse a danno di sacerdoti e di democristiani erano da considerare “azioni di guerra” e pertanto dovevano rientrare nei benefici dell’amnistia Togliatti. 28

La copertura e la solidarietà politica non furono però gli unici legami tra la violenza politica ed il Pci. Nel tentativo di mettere al riparo Togliatti dai sospetti di connivenza con quei delitti, da parte comunista sono stati riesumati i discorsi che il “migliore” pronunciò nel 1946 davanti ai quadri del partito di Modena e Reggio, nei quali tra l’altro si sottolineava la “insufficiente vigilanza del partito nel prevenire i gravi fatti accaduti” e si ammetteva che essi facevano “ricadere sul partito una parte di responsabilità”. 29 Queste ammissioni, seppure velate ed ambigue, stanno comunque a testimoniare che da parte di Togliatti vi era la dichiarata consapevolezza della compromissione dei dirigenti emiliano-romagnoli nell’organizzazione dei delitti.

E comunque non bastano queste parole a dare una patente riformista e legalitaria a Togliatti: egli in realtà sapeva quanto l’ala militarista del Pci andava facendo in Emilia, ma al tempo stesso aveva l’abilità tattica di presentare il partito con un volto legalitario. Criticava gli eccessi ma poi, come ha testimoniato il suo ex segretario Massimo Caprara30, favoriva gli espatri dei condannati nell’est europeo. Nessuno troverebbe d’altronde, per quanto la cercasse, nei discorsi di Togliatti una condanna esplicita della violenza come metodo di lotta politica. Egli si limitava a stigmatizzare le intemperanze dei compagni non perché ne disapprovasse alla radice i metodi ma semplicemente perché era cosciente che in quel momento erano assenti le condizioni nazionali ed internazionali indispensabili al successo di un tentativo rivoluzionario. 31 Lasciava che fossero altri ai vertici del partito a nutrire nella base le speranze di una rivoluzione imminente. È noto, ad esempio, quanto Luigi Longo e Pietro Secchia credessero nella lotta armata. Essi erano i principali ideatori della struttura militare clandestina del Pci, perfettamente organizzata e dotata di propri arsenali, pronta ad agire al momento dell’ora X. Longo, alla prima riunione del Cominform che si svolse in Polonia nel 1947, dirà che “il nostro partito dispone di un apparato clandestino di speciali squadre che sono dotate per il momento in cui sarà necessario, di ottimi comandanti e di un adeguato armamento”. 32 E a tale proposito è necessario osservare che un lungo cordone ombelicale lega, almeno dal punto di vista ideale, questo vero e proprio “partito armato”, all’ombra e con la copertura del quale furono consumati tanti delitti, ed i deliri eversivi delle Brigate rosse, così come del resto è testimoniato dagli stessi protagonisti. 33

Comunque, tornando al Pci del dopoguerra, quello tra Togliatti da una parte e Longo e Secchia dall’altra può essere letto come un abile quanto sottile gioco delle parti in cui in discussione non era il fine, cioè l’instaurazione di un “ordine socialista” simile a quello dei paesi dell’est caduti sotto il giogo staliniano, ma solo i mezzi più idonei per consentire al partito di raggiungerlo.

Questa doppia verità, che obbedisce al principio secondo cui ogni giudizio di valore morale deve essere subordinato necessariamente al vantaggio per il partito, è rimasta una costante nella storia del comunismo italiano.

NOTE

1 Il giudizio di Renzo De Felice a questo proposito è indicativo: “Sulla contemporaneistica italiana ha gravato, e grava ancora, il peso della difficoltà di accedere a tutte le fonti pubbliche e ancor più a quelle private (numerose ed in alcuni casi assai importanti), dell’egemonia stabilita nel primo trentennio postliberazione dal partito comunista sulla cultura italiana e dei condizionamenti che essa ha esercitato sulla forma mentis di larghi settori di italiani non comunisti […]; una egemonia che al contrario di quanto è accaduto in altri paesi (soprattutto in Francia) e sta avvenendo nell’Unione Sovietica, non solo è passata pressoché indenne attraverso le vicende che hanno travolto il “socialismo realizzato” e la sua ideologia e, dunque, la sua “vulgata” storiografica ma – essendo rimasto l’unico strumento su cui una “nuova” sinistra può ormai far leva per cercare di giustificare la propria ragione di essere politica – si è addirittura fatta più aggressiva”. Renzo DE FELICE , Mussolini l’alleato, Torino, 1991, pp. X-XI.
Nell’ambito della storiografia comunista, o comunque di sinistra, a giustificazione di un così prolungato ed ostinato silenzio, si è affermato che i delitti sul dopoguerra “sono stati sbrigativamente liquidati come prodotto di una sorta di inerzia, una “esasperazione diffusa” conseguente ad ogni guerra e particolarmente a questa tanto aspra e partecipata, Ovvero un fenomeno normale, fisiologico che, pertanto, non merita di essere studiato”. Luca ALESSANDRINI, Angela Maria POLITI, Nuove fonti sui processi contro i partigiani. Contesto politico ed organizzazione della difesa, in Italia Contemporanea, n. 178, marzo 1990, p. 43.

2 L’articolo di Otello Montanari che conteneva l’appello al “chi sa parli” è apparso sull’edizione di Reggio Emilia de “Il Resto del Carlino” del 29 agosto 1990. “Quei dirigenti comunisti – ha scritto Montanari – avevano un atteggiamento di tolleranza, di copertura, o anche un legame stretto con coloro che portavano avanti le azioni di soppressione, dei sequestri, degli espatri, delle sparizioni? Compivano atti concreti. Tutto questo si esprimeva anche in una politica vera e propria, in una particolare tendenza? Io credo di sì”.

3 E’ significativo a questo proposito il caso di Egidio Baraldi, un ex partigiano comunista reggiano condannato per l’omicidio del capitano Ferdinando Mirotti avvenuto nel 1946 – e sempre professatosi innocente. A differenza di Germano Nicolini che non ha mai voluto fare i nomi dei veri responsabili del delitto don Pessina, Baraldi non solo ha fatto nome cognome del mandante dell’omicidio – si tratterebbe di Renato Bolondi ex sindaco di Luzzara – ma ha anche scritto, tra il 1985 ed il 1989, due libri in cui dedica parole molto dure sulle responsabilità del Pci reggiano di quegli anni. “Il Nizzoli (segretario federale del Pci reggiano nel 1945, ndr) ed anche “Eros” (Didimo Ferrari, presidente dell’Anpi provinciale, ndr) erano gli elementi che senza ombra di dubbio portavano avanti la doppia linea; che avevano stretti legami con coloro che portavano avanti la politica delle soppressioni, dei sequestri, degli espatri e peggio ancora delle sparizioni”. Egidio BARALDI, Il delitto Mirotti. Ho pagato innocente, Reggio Emilia, 1989, p. 87. Sulle sue vicende personali e giudiziarie Baraldi ha scritto anche un altro volume: Nulla da rivendicare, Reggio Emilia, 1985.

4 “La Repubblica”, 12 settembre 1991.

5 “La Repubblica”, 13 settembre 1991. Montanari è stato fatto oggetto di un vero e proprio linciaggio morale all’interno del suo partito subito dopo aver scritto il suo articolo sul dopoguerra. L’on. Giancarlo Pajetta lo bollò subito come un “infame” diffidandolo dal “girare per le strade di Reggio”. Nel corso del 1991 è stato estromesso dagli organi dirigenti dell’Anpi e dalla Presidenza dell’Istituto Cervi. Solo dopo un lungo braccio di ferro tra l’Amministrazione provinciale – che sosteneva la sua candidatura – e la maggioranza dei componenti del Cervi è stato riammesso nel Consiglio di Amministrazione dell’Istituto. Ma Montanari si è dimesso polemicamente affermando che “si vuole, nei fatti, mantenere la discriminazione contro di me a causa dell’articolo del 29 agosto 1990” e che “molte persone e forze diverse mi odiano, ben più che fossi un boss o un criminale nazista, perché non solo ho avviato l’operazione ‘verità per gli innocenti’ ma anche perché stanno esplodendo e saltando contraddizioni ed omertà”. “Il Resto del Carlino”, 19 ottobre 1991.

6 La natura di guerra civile della Resistenza è uno dei nodi storiografici più difficili e complessi. Per un certo periodo a parlare di “guerra civile” col corollario della necessaria “pacificazione nazionale” erano praticamente i soli neofascisti. Negli ultimi anni si sono moltiplicate le prese di posizione degli storici anche di altre aree culturali a favore di questa tesi, fino a coinvolgere studiosi dell’area ex comunista. Valga per tutti Claudio PAVONE , Una guerra civile, Torino, 1991. E’ necessario però osservare che in questo momento riconoscere i caratteri di “guerra civile” alla lotta di Liberazione serve anche a giustificare più agevolmente quanto accadde dopo, poiché è proprio di una guerra civile l’inevitabile trascinamento di odi e di rancori. Il concetto di “guerra civile” è però ancora rifiutato dalla prevalente storiografia cattolica, che continua a parlare di “lotta di Liberazione nazionale”.

7 Sulle stime alquanto esorbitanti compiute dai neofascisti cfr. Giorgio PISANO’, Sangue chiama sangue, Milano, 1972 e Storia della Guerra civile in Italia (1943-1946), Milano, 1966, III Vol. ; Duilio SUSMEL, I giorni dell’odio. Italia 1945, Roma 1975. La storiografia di destra, ma è più opportuno parlare di pubblicistica, che si è occupata di questo periodo tende inoltre a conteggiare come vittime fasciste anche tutti i morti del post Liberazione. Per quanto riguarda l’Emilia-Romagna, il numero dei morti viene sbrigativamente riassunto nelle seguenti cifre: “In quella che era stata la “fascistissima” Emilia, le vittime furono ben diecimila […]. Tremila persone furono eliminate a Bologna, duemila a Reggio Emilia, altre duemila a Modena, milletrecento a Ferrara, seicento a Piacenza, cinquecento a Ravenna, seicento a Parma, duecento a Forlì”. SUSMEL, op. cit., p. 125.

8 Giorgio BOCCA, La Repubblica di Mussolini, Bari, 1977, p. 339.

9 Alcuni studi complessivi su base regionale sono in gestazione a cura dell’Istituto regionale di Studi politici Alcide De Gasperi e dell’Istituto regionale della Resistenza. Molti degli istituti provinciali della resistenza, sull’onda delle polemiche degli ultimi tempi, stanno mettendo a punto ricerche in questo campo.

10 Vittorio PELLIZZI, Trenta mesi, Reggio Emilia, 1954, p. 20. Sui delitti commessi in provincia di Reggio Emilia, sono da segnalare il periodico neofascista “Nuovo Meridiano” di Milano che nel 1961 pubblicò diversi servizi sull’argomento dando anche l’elenco nominativo di alcune centinaia di persone, ed il più recente Reggio Emilia 1943-1946. Martirologio, a cura dell’Associazione nazionale caduti e dispersi della Repubblica sociale italiana, Rimini, 1991. Questo lavoro contiene i nomi, comune per comune, di circa quattrocento scomparsi prima e dopo la Liberazione. L’elenco è però impreciso e sono riportati anche caduti partigiani, motivo per il quale il volume è stato ritirato. E’ imminente la stampa di un lavoro di Giannetto Magnanini, ex segretario federale del Pci di Reggio, nel quale si menzionano 453 vittime cadute nella provincia dopo la Liberazione. E’ un numero che si discosta molto di poco dalle 442 elencate dal “Nuovo Meridiano” nel 1961.
Sulle vicende del post Liberazione a Reggio Emilia cfr. don Wilson PIGNAGNOLI, Reggio bandiera rossa, Milano, 1961; Corrado RABOTTI, L’ingiustizia è uguale per tutti, Reggio Emilia, 1990; Luciano BELLIS (Eugenio Corezzola), La Balilla del direttore, Reggio Emilia, 1966; la ristampa in volume del periodico ” La Penna” (1945-1947), a cura di Ercole CAMURANI ed Eugenio COREZZOLA, Roma, sd.

11 Il rapporto è citato in Pietro SCOPPOLA, Gli anni della Costituente tra politica e storia, Bologna, 1980, p. 100

12 La lettera del prefetto Laura al ministero degli Interni, datata 20 febbraio 1950, è riprodotta fotostaticamente in Giorgio PISANO’, Storia della guerra civile, cit., pp. 1724-1725. Sul dopoguerra a Modena cfr. Giovanni FANTOZZI, “Vittime dell’odio”. L’ordine pubblico a Modena dopo la Liberazione (1943-1946), Bologna, 1990. In appendice al volume sono descritti circa duecento casi di persone scomparse. Secondo le ricerche di Franco FOCHERINI (cfr. gli articoli “Il maledetto triangolo della morte” e “I “desaparecidos” del secondo dopoguerra”, in “Modena A1”, giugno e luglio-agosto 1983) i morti dopo la Liberazione nel modenese sarebbero circa 500, settecento le persone uccise tra l’8 settembre ed il 22 aprile, a cui vanno aggiunti altri 400 scomparsi, sicuramente morti ma di cui non è stato rintracciato il cadavere, per un totale di 1. 600 vittime. In coda alla sua inchiesta Focherini fornisce i nomi di alcune centinaia di persone uccise. L’Associazione nazionale delle famiglie dei caduti e dei dispersi della Repubblica sociale italiana anche per Modena ha pubblicato il volume Modena 1943-1946. Martirologio, Rimini, 1988, in cui si fornisce il dato complessivo di 1. 349 persone uccise durante e dopo la guerra. Cfr. inoltre i libretti “pro manuscripto” di Alberto FORNACIARI tutti pubblicati a Modena: I dimenticati, aprile 1984; Martiri dell’oblio, settembre 1984; Fiori del paradiso, giugno 1985 ; La “Repubblica di Armando”, agosto 1985; Il triangolo della morte, settembre 1985; Il terribile dramma, settembre 1985.

13 Cfr. La seconda Liberazione dell’Emilia, Roma, 1949, ristampato nel 1991 a cura del Comitato regionale Dc dell’Emilia-Romagna, con premessa di Paolo Siconolfi ed introduzione di Giovanni Fantozzi, p. 20. Su Bologna manca sinora un censimento delle vittime od un lavoro che affronti organicamente questo periodo. Cfr. comunque Irene COLIZZI, “J’accuse”. Quello che non fu detto di terra d’Emilia (fatti di cronaca del dopo armistizio 1943/1946), Roma, 1988.

14 Sulle violenze avvenute nelle provincia di Ravenna cfr. Giordano MARCHIANI, La Bottega del barbiere, Bologna, 1989 e Paolo SCALINI, Fare giustizia in Romagna, Bologna 1991. “Sulla base dei rapporti dei carabinieri e delle questura risultano uccise o scomparse dopo il 25 aprile ’45 circa cinquanta persone nel triangolo della morte, quindici in collina, una ventina a Massalombarda e sedici nel ravennate”. SCALINI, op. cit., p. 14. Relativamente a Ferrara cfr. Alberto BALBONI, Edda BONETTI, Guido MENARINI, Repubblica sociale italiana e Resistenza. Ferrara 1943-1945, Ferrara 1990. Nel volume è diffusamente citato il cosiddetto “Memoriale Sergio” dal nome di battaglia del partigiano comunista Sesto Rizzatti che lo scrisse in carcere nel 1945. In tale memoriale, la cui autenticità è stata però messa in dubbio, Rizzatti ricostruisce numerosi episodi di violenza avvenuti nel ferrarese dopo la Liberazione, attribuendone la responsabilità ad alcuni dirigenti di vertice del Pci locale. Cfr. anche a cura dell’Associazione nazionale famiglie caduti e dispersi dell Repubblica sociale italiana, Ferrara 1943-1945. Martirologio, Rimini, 1985. Nella pubblicazione sono menzionati i nomi di circa 320 scomparsi dopo la Liberazione.

15 Aldo CURTI e Baldassarre MOLOSSI nel libro Parma anno zero, Parma, 1989, citano un rapporto della Questura datato 6 maggio 1946 in cui si riferisce di 206 vittime dopo il 25 aprile; un precedente rapporto dei carabinieri del 6 maggio 1945 parla di soli cinque uccisi a Parma. Si tratta comunque di cifre sia la prima, sia soprattutto la seconda, molto lontane da quelle delle altre province emiliane. “Gli studiosi della Resistenza sono orientati a credere che nella nostra città non ciò sia stato un disegno di lotta finalizzato alla ‘rivoluzione proletaria’. I delitti parmigiani vanno compresi nel clima di illegalità diffusa che si era creato nell’immediato dopoguerra. A Parma il movimento partigiano era ampiamente variegato e la presenza cattolica si faceva sentire. Le frange più estremiste erano sotto controllo e ciò ha impedito eccessi che si sono verificati nelle province vicine. Era sotto controllo anche l’aspetto “militare” delle brigate: i responsabili, infatti, erano spesso militari di carriera e quindi presumibilmente capaci di garantire professionalità e disciplina”. “Gazzetta di Parma”, 8 settembre 1990. E’ da sottolineare che undici delle 21 Brigate partigiane del Nord Emilia 11 erano democristiane o comunque cattoliche, in parte autonome ed in parte raggruppate nelle Divisioni “Val Taro”, “Monte Orsaro”, “Ricci”, “Gruppo Brigate Cento Croci”.

16 I comunisti escono dal Governo nella primavera del 1947, e Scelba assume l’incarico di ministro degli Interni nel febbraio 1947. In precedenza per qualche mese il ministero era stato assunto ad interim dal Presidente del Consiglio De Gasperi.

17 La gravità della situazione dell’ordine pubblico in Emilia è confermata anche dalle relazioni che le autorità di polizia inviavano in quel periodo al ministero degli Interni, e che ora sono state parzialmente pubblicate da Pietro Di LORETO, nel suo volume Togliatti e la “doppiezza”. Il Pci tra democrazia ed insurrezione, Bologna, 1991. “Nella zona modenese – scrive un commissario di polizia nel luglio del 1946 – funzionano in atto due polizie e cioè: 1) la polizia dell’A. N. P. I. che dispone completamente della Questura a mezzo di un personale largo ed invadente; sussiste altresì una rete misteriosa di aderenti all’OZNA (polizia segreta jugoslava, ndr), i quali si appoggiano ai compagni comunisti, rifuggono da soste alberghiere e perciò sono ben difficilmente identificabili; 2) l’Arma dei Carabinieri. Polizia di partito la prima, di Stato la seconda; è agevole intendere quali conseguenze ne derivino sul terreno amministrativo… La polizia dell’ANPI è espressione dell’esecutivo comunista, i cui metodi sono ben noti, ed i in tale formazione ancora confluiscono elementi avvezzi a farsi ragione con le armi. La maggior parte di essi sono stati inseriti nella polizia ausiliaria che domina completamente la questura, e mantengono fra di loro l’organizzazione n cellule, cara al partito comunista, riconoscendo come propri capi i dirigenti di partito e conferendo al Questore solo un’obbedienza formale”. (p. 86) Relazioni altrettanto allarmate provengono nell’estate del 1946 da tutte le province emiliane e danno un quadro esauriente della gravità dell’ordine pubblico. Bologna: “Le uccisioni per motivi politici, per non contare quelle verificatesi nel periodo insurrezionale, sono state commesse in numero notevolmente maggiore che in qualsiasi altra provincia… Ma ciò che più impressiona è che gli omicidi del genere non accennano a cessare e se ne sono avuti anche recentemente… Purtroppo i colpevoli rimangono quasi sempre ignoti, sia perché bene organizzati… sia perché coloro che sarebbero in grado di identificarli se ne astengono… “. (p. 85). Forlì: “L’intolleranza politica è stata ed è tuttora molto viva nella provincia e dà luogo a delitti e disordini. Ultimamente è stato necessario sospendere la presenza degli imputati ai processi innanzi alla Corte d’Assise Straordinaria, non essendo in grado la forza pubblica di contenere le violenze del pubblico tumultuante che assiste ai processi stessi e ha tentato più volte d’impadronirsi dei giudicabili per farne giustizia sommaria”. (Ibidem). Reggio Emilia: “Nella provincia si verificano tuttora dei gravi delitti di vendetta politica, che impressionano l’opinione pubblica e rivelano la persistente tendenza ad uccidere e depredare da parte di elementi che si ritengono al di sopra di qualsiasi freno morale e giuridico”. (Ibidem).

18 “l’Unità”, 11 settembre 1990.

19 “La Stampa”, 9 settembre 1990.

20 “Non furono “schegge impazzite” – ha affermato l’ex comandante partigiano Ermanno Gorrieri -. Si può piuttosto pensare ad un treno messo in moto dalla Resistenza che non si fermò”. “Il Giornale”, 18 settembre 1990.

21 Secondo i comunisti “la linea di separazione nazionale viene più o meno a coincidere con la linea di separazione sociale. Generalmente parlando e fatte le debite eccezioni, il proprietario collabora con i tedeschi, il contadino li combatte”. Paolo ALATRI, I triangoli della morte, Roma, s. d. (ma 1949), p. 13. Olindo Cremaschi, segretario della Federterra di Modena, racconta che durante la Resistenza sentiva “gente che, come veniva accolta nel movimento armato, esclamava: ‘Finalmente ho un’arma in mano! Adesso ammazzo il fascista, il mio padrone’”. Cit. in Mauro FRANCIA, Le campagne modenesi nella ricostruzione, in AA. VV, La ricostruzione in Emilia-Romagna, Parma, 1980, p. 119.

22 Cfr. Valerio EVANGELISTI, Salvatore SECHI, Il galletto rosso. Precariato e conflitto di classe in Emilia Romagna, Venezia, 1982.

23 La lettera inviata al Comando generale delle Brigate “Garibaldi” è citata in Paolo SPRIANO, Storia del Partito comunista italiano. Togliatti e il partito nuovo, Torino, 1975, vol. III, p. 374.

24 Giorgio AMENDOLA, Il rinnovamento del Pci, intervista di Renato Nicolai, Roma, 1978.

25 Antonio GAMBINO, Storia del dopoguerra. Dalla Liberazione al potere Dc, Bari, 1975, p. 301. “Quando arrivai al ministero dell’Interno – ha testimoniato ancora Scelba – gli effettivi della pubblica sicurezza erano circa 30 mila. La cosa più grave, però, era che di questi, secondo i nostri calcoli, almeno 8 mila erano comunisti, pronti ad agire contro lo stato dall’interno. […] Comunque sia, nel giro di un anno, portai gli effettivi delle pubblica sicurezza ad oltre 50 mila, scegliendo accuratamente i nuovi agenti tra i cittadini che avevano un sicuro senso dello stato. Per eliminare gli 8 mila comunisti adottai il sistema del bastone e della carota: da un lato un provvedimento che assicurava a tutti coloro che volevano lasciare il servizio una serie di benefici finanziari, dall’altro il trasferimento in sedi meno piacevoli, e specialmente meno importanti. [… ] Oltre che in basso agii anche in alto: tutti i questori e i prefetti che nei mesi precedenti si erano dimostrati infidi o incerti furono completamente sostituiti. (Ibidem)

26 A riguardo delle teorie che presentano i processi ai partigiani comunisti come parte di un disegno persecutorio più ampio dello stato e dei partiti di governo nei confronti del Pci, cfr. ALATRI, I triangoli della mortecit., Stefania CONTI, La repressione antipartigiana. Il “triangolo della morte” 1947-1953, Bologna, 1979, Guido NEPPI MODONA (a cura di), Giustizia penale e guerra di liberazione, Milano, 1984; ed infine ALESSANDRINI, POLITI, Nuove fonti sui processi contro i partigiani, cit. In quest’ultimo saggio tra l’altro si legge: “La grande quantità delle incriminazioni, nel corso di quei cinque anni (1948-1953, ndr), è tale comunque da autorizzare l’uso di espressioni quali ‘repressione diffusa’ o perfino intento persecutorio’. I processi ai partigiani coincidono [… ] con una fase acuta dello scontro sociale in Italia, tanto che le carceri si riempiono di partigiani come di braccianti e di militanti politici e sindacali” (p. 44). La circostanza che molti dei processi si svolsero dopo il 18 aprile 1948, circostanza che porta la storiografia comunista a sostenere l’impiego della magistratura da parte dello stato in funzione politica e repressiva, è confutata da Paolo Scalini, a quell’epoca giovane magistrato a Ravenna: “Non c’entra niente la politica. I motivi di questa coincidenza, perché tale è, vanno cercati negli anni precedenti il 1948, nella situazione in cui venne a trovarsi la nostra provincia nei due anni dopo la fine della guerra. Due anni in cui la quasi totalità delle denunce si riferiva a delitti o altri reati commessi dalle brigate nere. Si deve inoltre tenere conto che nelle zone rurali le caserme dei carabinieri restarono per qualche tempo sguarnite e che l’ordine pubblico era in mano alla polizia partigiana. [… ] Inoltre, temendo ritorsioni, quasi mai i testimoni e gli stessi famigliari di coloro che furono prelevati e sparirono o furono ritrovati uccisi, fecero subito i nomi dei responsabili o fornirono notizie utili alla loro identificazione. [… ] In questo clima le indagini erano pressoché impossibili tanto che quasi tutti i rapporti si concludevano con un non doversi procedere essendo rimasti ignoti gli autori del reato. E’ stato solo più tardi, dalla fine del 1947 in poi, che qualcuno ha cominciato a parlare, qualche inquisito ha confessato e soprattutto i testimoni e i famigliari delle vittime hanno fatto i nomi dei presunti colpevoli. SCALINI, op. cit., pp. 25-26.

27 Il Centro di solidarietà democratica, che dipendeva completamente dal Pci da un punto di vista economico e finanziario, cominciò ad operare nel 1948 per sostenere i partigiani coinvolti nei processi, e fu riesumato fra il 1969 ed il 1980 “per assistere gli ultimi partigiani che ancora avevano carichi pendenti, ottenere grazie e riabilitazioni, aiutare il rientro degli espatriati, fare in modo che fossero riconosciuti gli anni di lavoro all’estero. E’interessante notare che tale comitato svolge tuttora un’attività, benché molto ridotta rispetto al passato”. ALESSANDRINI, POLITI, op. cit., p. 45. Tale Comitato, che si avvaleva di un gruppo di avvocati coordinati da Leonida Casali, fornì difesa legale a tutti i partigiani comunisti processati, salvo tre casi particolarmente gravi relativi all’uccisione del sindacalista cattolico Fanin (novembre 1948), all’eccidio di Gaggio Montano (cinque morti, nel novembre 1945) e alla soppressione del partigiano Renato Seghedoni di Castelfranco Emilia (marzo 1946). La difesa degli imputati per questi fatti – seppure formalmente a titolo personale – fu comunque assunta dallo stesso avvocato Casali. Da qualche tempo l’archivio dell’avvocato Casali e quello del Centro di Solidarietà democratica di Bologna sono parzialmente disponibili per la consultazione presso l’Istituto storico della Resistenza regionale. Di un certo interesse è la raccolta degli atti giudiziari relativi a numerosi procedimenti penali per i fatti del dopoguerra.

28 L’amnistia Togliatti è del 22 giugno 1946. Essa si applicava ai colpevoli di omicidi commessi fino al 31 luglio 1945, salvo che non si fossero resi autori anche di “sevizie particolarmente efferate”. Un secondo decreto, promulgato il 6 settembre 1946, prescriveva che “non può essere emesso mandato di cattura o di arresto nei confronti dei partigiani, dei patrioti o delle altre persone indicate nel comma secondo dell’articolo unico del dec. 1 lgt., 12 aprile 1945, n. 194, per i fatti da costoro commessi durante l’occupazione nazifascista e successivamente, salvo che, in base a prove certe, risulti che i fatti anzidetti costituiscano reati comuni”. Nei processi i giudici si trovarono quindi sempre di fronte alla difficoltà delle distinzione tra “reati politici” e “reati comuni”, anche perché all’omicidio spesso veniva unita la rapina. In ogni caso l’applicazione dell’amnistia aveva come presupposto che l’azione fosse stata compiuta “in lotta contro il fascismo”. E non era certo questo il movente che aveva ispirato l’uccisione di una buona parte delle vittime, cadute ben oltre il 25 aprile.

29 “l’Unità”, 1 settembre 1990.

30 “Lo sa – ha sostenuto Caprara in un’intervista – che dai verbali di quegli anni (della Direzione del partito, ndr) non risulta mai una riserva apprezzabile da parte di Togliatti riguarda ai fatti del “triangolo emiliano”?. Me li sono riletti da cima a fondo: non una parola di condanna, silenzio assoluto. E questo non le sembra una prova? In pubblico il segretario non risparmiava critiche ai dirigenti locali, qualcuno magari lo rimuoveva o lo spostava altrove, ma sempre per ragioni organizzative. Nessuno di loro fu mai espulso dal partito. Neppure i più notoriamente invischiati nelle imprese criminali. Togliatti sapeva, ma li copriva. Perfino quando era ministro della Giustizia, e come tale a maggior ragione avrebbe avuto il dovere di perseguire quei reati”. “Corriere della sera”, 6 settembre 1990.

31 “La verità è che la “doppiezza” non fu solo di coloro che volevano proseguire la Resistenza fino all’abbattimento del capitalismo e della borghesia, così da approdare subito alle sponde del comunismo sovietico; ma fu di tutto il partito. Una differenza, è vero, ci fu e, certo, risultò importante. Ma era e rimase per anni solo una differenza tattica, concernente cioè i tempi. Togliatti, che sapeva ben valutare i rapporti di forza e la situazione reale, si mantenne con grande abilità nei limiti che aveva concordato con Stalin, prima del suo rientro in Italia nel ’44. Il nostro Paese era nella sfera d’influenza occidentale. Non c’era spazio per colpi di testa, ma solo per una politica moderata. Conveniva, quindi, coprirsi con le garanzie della Costituzione “borghese” evitando a qualsiasi costo avventure di tipo greco. Fu questo che una parte della base e anche alcuni dei dirigenti (tanto inferiori a lui) non capirono: la questione dei tempi, cioè dell’occasione storica. Quanto ai principi, invece, tutto restava in piedi anche per Togliatti: il fine ultimo, cioè l’approdo al “socialismo reale”, era valido anche per lui, solo oche sarebbe stato differito a quando le circostanze lo avrebbero permesso”. Lucio COLLETTI, in “Corriere della sera”, 6 settembre 1990.

32 Miriam MAFAI, L’uomo che sognava la lotta armata. La storia di Pietro Secchia, Milano, 1984, p. 53. GAMBINO, nel suo citato Storia del dopoguerra, riporta una relazione (p. 384) dell’ambasciatore americano Dunn in cui l’esercito clandestino comunista formato da ex partigiani ed organizzato in “squadre di vigilanza” alle dipendenze di “brigate garibaldine” viene fatto ammontare a “50 mila addestrati ed equipaggiati con armi leggere” Su l’”Europeo” del 17 marzo 1990 Salvatore SECHI ha pubblicato un dossier reperito negli archivi di Washington relativo alla struttura militare clandestina del Pci tra il 1945 ed il 1948. In esso sono contenute relazioni stilate dall’Office of Strategic Service (OSS) e da agenti infiltrati che descrivono in modo piuttosto minuzioso l’articolazione delle formazioni paramilitari comuniste. In un rapporto, datato 2 giugno 1945, dell’ agente “Z”, si legge: “La struttura armata all’interno del Pci è formata da 50. 000 uomini equipaggiati con armi moderne e da 10. 000 muniti di fucili e bombe a mano. Per la fine dell’estate si prevede che altri 40. 000 saranno riforniti di materiale bellico proveniente dalla Russia e dalla Jugoslavia. A dirigerla è un quadrunvirato: Luigi Longo, Ilio Barontini, Francesco Roasio e Giorgio Amendola. Questa struttura si articola per squadre che operano per zone e settori e per brigate (4 per ogni regione). Esse dispongono di 100. 000 armi con adeguate munizioni, di 20. 000 mitra e di 10. 000 mitragliatrici (machine guns), di carri armati tedeschi del tipo Tiger e Panzer nascosti in poderi e fabbriche”. L’esistenza di questo apparato clandestino – il cui nome era “Vigilanza rivoluzionaria” – è stata confermata, con corredo di varie testimonianze, su l’”Europeo” del 31 maggio 1991.

33 Il legame ideologico, ma anche quello politico, tra le spinte rivoluzionarie dei comunisti emiliani del dopoguerra ed il nucleo storico delle Brigate rosse è tuttora uno dei punti di maggiore discussione e certo merita un adeguato approfondimento. E’ comunque un dato di fatto che proprio in provincia di Reggio, e precisamente a Pecorile di Vezzano, nell’agosto del 1970 un gruppo di giovani fuoriusciti dal Pci (Franceschini, Pelli, Ognibene, Bonisoli, Gallinari), suggestionato dai racconti degli anziani ex partigiani comunisti, fonda il primo nucleo delle Br. All’intervistatore che gli chiede se “le Brigate rosse sono anche figlie del Pci e di una certa cultura rivoluzionaria”, Alberto Franceschini, uno dei leader storici del terrorismo rosso, risponde: “Certamente, almeno quel pezzo di Br proveniente come me dalla tradizione dei partiti storici della classe operaia: noi a Reggio Emilia, altri a Milano, altri ancora a Torino. La discendenza e la continuità storica sono evidenti. Siamo figli di quella parte del Pci che a Reggio perse la sua battaglia, di quelli che credevano che la Resistenza non fosse finita con la sconfitta dei nazifascisti, di chi pensava che bisognasse continuare per prendere il potere e portare il socialismo anche in Italia”. Significativo è poi quanto dice Franceschini a proposito dell’ing. Arnaldo Vischi, dirigente delle “Officine Reggiane”, ucciso da alcuni comunisti nell’estate del 1945: “Le Reggiane erano diventate un’industria bellica, intorno a cui ruotava l’economia di Reggio. Dopo la guerra volevano ristrutturare la fabbrica, licenziando migliaia di operai. Vischi non era un fascista, né un collaborazionista, ma colui che doveva procedere a questa ristrutturazione. E’ per questo che fu ammazzato, averlo attaccato significava colpire quel progetto di ristrutturazione. E’ la stessa logica con la quale decidemmo di attaccare i dirigenti di fabbrica negli anni settanta. “La stampa”, 5 settembre 1990.