Porte girevoli degli eurodeputati: prima politici, poi lobbisti. Con troppe zone d’ombra . . . il Parlamento Europeo così rischia di diventare uno STIPENDIFICIO che forma intermdiari negli affari. . . la guida politica dell’Europa va modificata

 Fosse solo Panzeri, il problema. In Giappone la chiamano “kudari”, la discesa dagli incarichi pubblici a ben remunerati posti di lavoro presso aziende private: è un classico nell’industria nucleare nipponica assumere come vicepresidenti ex membri del consiglio di amministrazione della Commissione di controllo sugli impianti atomici. Ma non è una esclusiva giapponese, anzi. Nel resto del mondo il fenomeno delle “porte girevoli” – che se teoricamente può arricchire le competenze, in pratica, se troppo rapido espone al rischio di un lobbismo aggressivo e senza regole – è ben diffuso ovunque, America in testa, dove nel 1974, il 3% dei membri del Congresso che si ritiravano decidevano di fare attività lobbistica, mentre nel 2012 la percentuale era salita a più della metà. Anche in Europa, come mostra una analisi effettuata nel 2017 da Trasparency International il fenomeno è dilagante. “La nostra analisi dei percorsi di carriera di 485 ex deputati che hanno lasciato il Parlamento europeo dalle elezioni del 2009 – è scritto nel rapporto – mostrano che 171 hanno trovato lavoro al di fuori della politica. Il 30% di questi ex eurodeputati lavora ora per un’organizzazione di lobby registrata. La cosa più sorprendente è che 26 di loro lavorano in società di consulenza che fanno lobby nella Ue. Ciò significa che il loro nuovo lavoro probabilmente include l’attività di lobbying nei confronti dei loro ex colleghi e del personale o di supervisionare e istruire altri a farlo. Altri 18 ex eurodeputati lavorano ora per società o associazioni imprenditoriali iscritte nel registro delle lobby europee. Nove sono coinvolti in Ong registrate e sei in think tank . Queste informazioni probabilmente non riflettono però il quadro completo. Per 97 ex eurodeputati non è stato infatti possibile trovare alcuna informazione”. Lo stesso accade nella Commissione Ue, dove almeno c’è un periodo incompatibilità con incarichi nel settore privato che è di 2 anni per i commissari e di 3 per il presidente. Transparency International ha condotto anche anche un’analisi dei percorsi di carriera carriera di 134 lobbisti accreditati che lavorano per le dieci dieci organizzazioni di lobby più influenti a Bruxelles. “Complessivamente, almeno il 20% di questi lobbisti ha lavorato in precedenza per le istituzioni dell’Ue. Il numero di casi di porte girevoli è stato più alto per le aziende e le associazioni industriali, in alcuni casi ben oltre il 50%”.Si dirà che il regolamento del Parlamento europeo impone trasparenza rispetto agli incontri con stakeholder privati, istituzioni pubbliche e Ong, ma il principio di obbligatorietà non vale per tutti i parlamentari, ma solo per i relatori e i presidenti di commissione. Per gli altri è volontario. E il risultato è che il 49% degli europarlamentari non segnala nessun incontro con lobbisti e le differenze tra Paesi sono clamorose. Se la Finlandia è al 92,9%, la Svezia al 90,5% e l’Olanda all’89,7%, la Germania è al 76% , la Francia al 66,3%, l’Italia al 40%, la Polonia al 30%, la Lettonia al 25%, Cipro al 16,7% e la Grecia al 9,5%.”Il Parlamento europeo è pieno di lobbisti – osserva Sabrina Pignedoli, europarlamentare di M5s, particolarmente impegnata sui temi della legalità –, ma un conto è ascoltare e valutare il loro punto di vista, un altro farsi corrompere. Per questo ritengo sia utile rendere obbligatorio e non solo volontario un registro dei lobbisti incontrati dagli europarlamentari. I conflitti di interesse e il fenomeno delle porte girevoli inquinano la democrazia italiana ed europea”. E alla luce dell’affaire Qatar che ci sia bisogno di regole più stringenti è una convinzione che si sta facendo strada a Bruxelles dove è tornata d’attualità la proposta di creare un organismo indipendente, che accentri su di sé il rispetto delle norme in materia di trasparenza e regoli in maniera efficace l’attività delle lobby in tutte le istituzioni europee. Ora più che mai pare una necessità. Ma le lobby, va da sé, remano contro.

Lo slogan che nel 2014 accompagnava al campagna elettorale del prof. Samorì – IN EUROPA SI’ MA NON CONSI’ – è sempre più attuale.

ad maiora

Giorgio Cavazzoli