Cardinale Camillo Ruini : “Sarà difficile fermare la deriva dei ‘nuovi diritti’. Ma ciò non giustifica il disimpegno”

S.E. Card. Camillo Ruini

Il cardinale Camillo Ruini ha ormai 89 anni, ma non li dimostra. Ha ancora la stessa lucidità e intensità di pensiero di quando presiedeva la Conferenza Episcopale Italiana. Un ruolo ricoperto per ben sedici anni, dal 1991 al 2007, e che lo vide protagonista di memorabili battaglie, come il referendum sulla procreazione assistita nel 2005 o quelle in difesa dell’istituto familiare. Pochi giorni prima dello scoppio della pandemia in Italia è tornato a far sentire la sua voce con un libro scritto assieme al senatore Gaetano Quagliariello dal titolo Un’altra libertà. Eminenza, le crisi e le epidemie nella storia dell’uomo sono sempre state accompagnate da una riscoperta della dimensione spirituale. Questa volta non sembra essere accaduto: ci si è preoccupati più dei risvolti ambientalistici o di una superficiale riclassificazione dei rapporti sociali che della dimensione trascendente. Effetto del secolarismo che avanza? Molto dipende dall’avanzata del secolarismo, da un modo di pensare e di vivere che prescinde da Dio e che è sempre più diffuso. E’ necessario però fare una distinzione: una cosa è la cultura pubblica, quella che si esprime tramite i mezzi di comunicazione, le prese di posizione dei leader ecc., altra cosa è il sentire della gente. Molti, infatti, di fronte al pericolo per la propria vita, alla perdita di persone care, allo svanire di opportunità a lungo accarezzate, si sono rivolti a Dio, hanno pregato, o almeno si sono interrogati riguardo al senso della vita, ciò che, implicitamente, fa rientrare Dio in gioco. Personalmente ho ricevuto molti consensi e apprezzamenti per aver fatto riferimento a Dio e alla preghiera nei miei interventi pubblici su questa epidemia. Da qualche settimana sono ricominciate le Messe con i fedeli ma le presenze a volte stentano a decollare. La lunga sospensione ci ha fatto perdere il senso di necessità della celebrazione eucaristica? Le Messe con i fedeli sono ricominciate ma tuttora ci sono, almeno in alcuni luoghi, delle condizioni che rendono meno facile la partecipazione: ad esempio la necessità di prenotarsi. Al di là di questo, la lunga sospensione certo non ha giovato. E’ venuto il momento di insistere sulla profonda differenza che c’è tra l’assistere alla Messa per televisione e il partecipare di persona: la Messa è infatti, come dice il Concilio Vaticano II, la fonte e il culmine della vita della comunità cristiana, nella quale entriamo in contatto con Gesù Cristo stesso, che si offre per noi e si fa nostro cibo, il pane della vita. Forse, per non indurre nei fedeli la sensazione di qualcosa di superfluo, la Chiesa avrebbe dovuto far sentire maggiormente la propria voce rispetto alla scarsa considerazione dimostrata dalle autorità civili nei confronti dell’importanza del diritto all’esercizio del culto? Il governo ha preteso di decidere sul se, sul quando e sul come della partecipazione alla Messa: ho già detto pubblicamente, associandomi alla protesta della CEI, che in questo modo si violano le norme del Concordato e, più radicalmente, non si rispettano la libertà di culto e la reciproca autonomia dello Stato e della Chiesa. Nel libro “Un’altra libertà – Contro i nuovi profeti del paradiso in terra” (ed. Rubbettino), scritto con Gaetano Quagliariello, si lancia l’allarme sul declino di una società occidentale sempre più distante dalle proprie radici cristiane e dalla propria tradizione umanistica. Di fronte all’emergere delle mire espansionistiche di potenze come la Cina, si aspetta un risveglio identitario o, come accadde con l’offensiva del fondamentalismo islamico, l’Occidente faciliterà il compito agli avversari con la sua scarsa consapevolezza di sé? E la Chiesa privilegerà la difesa dei suoi princìpi fondanti come fu dopo l’11 settembre o in nome del suo carattere universale lascerà fare tenendosi al di fuori? Il ricordo che ho delle conseguenze della tragedia dell’11 settembre 2001 è abbastanza diverso. La maggioranza delle persone che conosco, sia credenti e praticanti, sia anche non credenti o almeno non praticanti, reagì con forza, sottolineando il proprio essere cristiani e la necessità di rispondere alla sfida del fondamentalismo islamico. Devo anzi dire che questa reazione è stata spesso semplicista e per un certo verso eccessiva, dato che prendeva di mira l’islam in genere e non solo il fondamentalismo islamico, concentrandosi in particolare sul pericolo rappresentato dall’immigrazione islamica. Anche oggi la nostra gente mi sembra più sensibile alla minaccia islamica che a quella cinese. Ad ogni modo la Chiesa, in queste situazioni, non può non rifarsi alla sostanza del messaggio cristiano. Deve quindi richiamare anzitutto l’universale fraternità umana, per la quale, ne siamo o meno consapevoli, siamo tutti figli di un unico Padre. Deve al tempo stesso dire chiaramente che Gesù Cristo è, per tutti, l’unico salvatore: questo è il valore, unico, della fede cristiana. Pertanto la Chiesa non entra nelle attuali competizioni geopolitiche, offre però i criteri fondamentali per affrontarle in maniera non rinunciataria, ma con spirito di pace. Sulle prossime elezioni presidenziali americane sembra che si stia catalizzando più che mai l’attenzione del mondo e l’impressione è che vi sia un vasto schieramento di potenze interne e internazionali che considerano questa la partita della vita per una società secolare e fondamentalmente scristianizzata. A prescindere dal giudizio sul presidente Trump, quanto oggi la difesa di una tradizione culturale che il cristianesimo ha permeato di sé passa attraverso la ricostruzione di un asse euro-atlantico e dal recupero di una comune consapevolezza del ruolo dell’Occidente nel mondo? Il recupero della consapevolezza del ruolo dell’Occidente nel mondo è, a mio parere, della più grande importanza. La difesa, o meglio il rilancio della nostra tradizione culturale di matrice cristiana passa però anzitutto per vie religiose e culturali: la consapevolezza del ruolo politico dell’Occidente ne è semmai una conseguenza. Dopo la pandemia, l’uomo sarà più consapevole dei propri limiti o si aspetta che l’agenda dei “nuovi diritti” torni ad avanzare? I cosiddetti nuovi diritti continuano e continueranno ad avere molti e assai determinati sostenitori. Sta a noi operare affinché la consapevolezza dei limiti umani, che la pandemia almeno sotto un certo profilo ha evidenziato, si traduca in una presa di coscienza del carattere illusorio e fuorviante di questi nuovi diritti. I profondi rivolgimenti che questo periodo complesso ha portato con sé indurranno la Chiesa a rivedere il peso specifico del proprio messaggio recuperando una centralità della questione antropologica o la crisi economica rischia di accentuare ulteriormente la preminenza dell’approccio sociale della cosiddetta “Chiesa in uscita”? Non ritengo che si debba operare una scelta tra questione antropologica e questione sociale. L’una e l’altra sono fondamentali e su entrambe la Chiesa è chiamata a un impegno senza riserve. Ciò detto, penso anch’io che la questione antropologica sia decisiva per il nostro futuro. Purtroppo sarà molto difficile ripristinare quella che è stata chiamata “l’eccezione italiana” rispetto alla deriva dei “nuovi diritti”, che segnano ormai da decenni il cammino dell’Unione Europea. Questa difficoltà non deve essere però un alibi per il disimpegno. Un’ultima domanda: tutti dicono che l’Europa o si ripensa e si rilancia o non sopravvivrà a se stessa. Ma oltre all’economia e all’ingegneria istituzionale, questa rielaborazione può prescindere dalle radici culturali, dalla cristianità, dunque dalla Chiesa di Roma? Vale ancora ciò che scrisse Novalis, “La cristianità ossia l’Europa”? Fondamentalmente sì, in senso positivo ma non esclusivo, perché il cristianesimo certamente non è solo europeo. L’Europa è un concetto culturale prima che geografico e questo concetto culturale si è formato e sviluppato all’ombra del cristianesimo: se quindi venissero meno le sue radici cristiane l’Europa tenderebbe a inaridirsi e a perdere le ragioni profonde della sua coesione.

A CURA DI : Claudia Passa e Alessandro Sansoni