NO IUS SOLI – PERCHE? 10 BUONI MOTIVI

1. Illogico, irrealistico e deprecabile in sé, il meccanismo di acquisizione della cittadinanza basato sullo ius soli diventa suicida e criminale nell’attuale contesto, determinato dalla convergenza di tre emergenze: immigratoria, terroristica e demografica. Voler cambiare le norme sulla cittadinanza oggi significa solo spalancare le porte alla sostituzione etnica, alla destrutturazione del legame sociale, alla distruzione della cultura. La presunta “urgenza” che motiverebbe l’adozione di nuove norme sulla cittadinanza trova in realtà la sua origine in miopi calcoli utilitaristici da parte di cricche colluse con il business dell’accoglienza e, più in profondità, in un atavico istinto anti-italiano e anti-europeo che alligna nelle oligarchie

2. Malgrado una ossessiva propaganda in questo senso, essere contro lo ius soli non significa assumere una posizione antistorica. È vero semmai il contrario. Secondo “The Citizenship Laws Dataset”, ricerca condotta da due ricercatrici nel maggio 2009 sulle leggi in materia condotta sulla legislazione di 162 paesi, nel 1948 lo ius sanguinis era adottato da 67 stati, la legislazione mista da 19 e lo ius soli da 76. Nel 1975, lo ius sanguinis coinvolgeva 101 stati, la legislazione mista 11, lo ius soli 50. Nel 2001, invece, lo ius sanguinis riguardava 88 stati, la legislazione mista 35 e lo ius soli 39. Ricapitoliamo: lo ius soli che è così à la page, così di moda, è stato abbandonato in 53 anni da 37 nazioni. Nello stesso periodo, invece, 21 paesi sono passati alla legislazione sulla cittadinanza per discendenza. A tutt’oggi, lo ius soli puro è applicato solo in Paesi che sono ex colonie, quello “temperato” in una manciata di altri Paesi che hanno comunque storie del tutto peculiari.

3. Lo ius soli destruttura la trasmissione familiare e crea un suo dissesto interiore nel bambino, al quale viene chiesto di praticare il rigetto di valori e pratiche radicate nella famiglia d’origine, nonché l’adozione di un’identità nuova che resterà sempre in questione. Qualora ciò non avvenga per infime minoranze facilmente assimilabili, le crisi di rigetto collettive saranno all’ordine del giorno. L’uomo cerca sempre se stesso. O le istituzioni lo aiutano in questo, o egli cercherà se stesso contro di esse.

4. Lo ius soli costituirebbe (e costituisce già, nei Paesi che lo adottano) un vero e proprio “pull factor”, un fattore di attrazione di ulteriore immigrazione. Il miraggio di una cittadinanza facile incrementerebbe sicuramente gli arrivi, nella speranza, da parte degli immigrati, di garantire ai propri figli un futuro da cittadini nella “ricca” Europa. Non si tratterebbe di regolarizzare una situazione in atto, quindi, ma di crearne una ex novo. Il carattere “temperato” della legge in esame al Senato non deve ingannare: come per tutte le rivendicazioni di questo tipo, un passaggio porta necessariamente all’altro. Dopo la legge temperata verrà quella più audace, e così via fino allo sbraco finale.

5. In Paesi come Francia o Belgio, lo ius soli ha chiaramente fallito. Gli stranieri, e soprattutto i loro figli, non si sentono europei, spesso sono anzi animati da un rancore antieuropeo. Interi quartieri di Parigi o di Bruxelles, di Marsiglia e o di Anversa sono di fatto già fuori dall’Europa. Non c’è stata alcuna “integrazione” di genti diverse in un orizzonte culturale europeo, c’è stata solo la disintegrazione della società autoctona per lasciar spazio a un mosaico male assortito di enclavi e caos. Inoltre, le reazioni identitarie antieuropee più feroci arrivano proprio dagli immigrati di seconda o terza generazione, quindi esattamente da coloro che hanno goduto del diritto del suolo. La cittadinanza sulla carta non ha creato alcuna cittadinanza reale.

6. Non tutti gli immigrati sono terroristi, ma tutti i terroristi sono immigrati o figli di immigrati. Il legame tra i due fenomeni è del tutto evidente, per chi lo voglia vedere. In Francia, le autorità hanno censito ben 15mila “radicalizzati”. Nel Regno unito si calcola che ci siano 23mila potenziali jihadisti, di cui 3000 sospettati di costituire una “minaccia imminente”. La gran parte di questi individui sono “francesi” o “britannici”, quindi non è possibile espellerli. Ecco a cosa ha portato lo ius soli: alla creazione di una quinta colonna nemica in casa propria. Si dice che ciò dipenda da un’integrazione attuata malamente, ma non è vero. Le biografie dei terroristi parlano chiaro: sono quasi tutti inseriti, hanno frequentato buone scuole, hanno lavori, amici, vita sociale. Ma lasciano tutto questo per seguire un richiamo ancestrale che nessuna norma burocratica può cancellare.

7. La presunta ovvietà dello ius soli viene meno se la immaginiamo al contrario: è evidente a tutti che il figlio di un imprenditore italiano trasferitosi in Cina non diventa, per via di questa contingenza, un cinese. La violenza intrinseca in questa visione sradicante ci sembra assolutamente evidente e lampante se cambiamo prospettiva. Lo “scandalo” culturale dei figli di stranieri che non diventano automaticamente cittadini del paese in cui nascono viene meno se immaginiamo di essere noi gli stranieri, a meno che non si tratti di contesti etnicamente prossimi (cioè dei Paesi “occidentali”). Questo perché dietro le buone intenzioni umanitarie si nasconde come al solito un razzismo strisciante, se è vero che i fan dello ius soli non immaginano regalo migliore da fare agli immigrati che “innalzarli” al nostro livello, come se la concessione della cittadinanza fosse un premio da concedere a chi ha avuto la “sfortuna” di non nascere italiano.

8. Quando diciamo “cinese”, “arabo”, “giapponese”, “nigeriano”, noi diamo a questi termini un’unanime e pacifica connotazione etnica. Abbiamo in mente persone che abbiano determinate caratteristiche fisiche, che parlino una certa lingua, che siano portatrici di alcune peculiari specificità culturali. Loro stessi, del resto, si vedono in questo modo. Ci sono delle eccezioni, certo, ma che non stravolgono la regola. Nell’immaginario collettivo, permane ancora il ricordo di quando la stessa cosa valeva per le parole “svedese”, “francese” o “italiano”. Solo che in questi ultimi casi, i rispettivi governi hanno imposto, con un atto ideologico al di fuori di qualunque ovvietà, una visione disincarnata e burocratica della cittadinanza. Ma questa è, appunto, una forzatura, un’opera di cinica ingegneria sociale, non è qualcosa di scontato, naturale, sacrosanto, come ci viene detto.

9. Né la “bontà” o la “generosità” possono essere una scusa per l’accoglienza. Lo ius soli non è la prosecuzione, bensì la negazione dell’idea autentica di “accoglienza”. Dare riparo e sostegno a una popolazione in difficoltà, per un periodo limitato, in modo controllato e nella misura in cui è possibile farlo, è qualcosa che risponde a un criterio di generosità ed equità. L’installazione di tali popolazioni su territorio altrui in modo permanente, per le generazioni a seguire, non è accoglienza, è sostituzione di popolo. Nessuno darebbe un giaciglio a un amico in difficoltà se costui dichiarasse di voler restare in casa nostra per sempre e qui far crescere i suoi figli, ai quali insegnare che l’abitazione in cui vivono è di loro proprietà. Né, del resto, costui sarebbe un vero amico.

10. Non è affatto vero che, con la legge attuale, si possa diventare italiani solo da maggiorenni. All’art. 14, infatti, l’attuale testo recita: “I figli minori di chi acquista o riacquista la cittadinanza italiana, se convivono con esso, acquistano la cittadinanza italiana, ma, divenuti maggiorenni, possono rinunciarvi”. La stessa legge prevede già casi di ius soli: i nati da cittadini apolidi (ovvero soggetti privi di qualunque cittadinanza) sono di diritto cittadini italiani, quando nascono nei nostri confini, così come i figli di un solo genitore italiano. Esiste, ancora, il caso nel quale i genitori siano ignoti. Non siamo in presenza di una legge draconiana o discriminatoria, le variabili previste sono molte. E infatti non risulta che gli stranieri abbiano grosse difficoltà a diventare italiani senza lo ius soli: nel 2016 hanno ottenuto la cittadinanza italiana 205.000 stranieri (nel 2012 erano stati poco più di 63.000). Il 39,7% ha meno di 19 anni, il 9,2% dai 20 ai 29 anni, il 16,4% dai 30 ai 39 anni, il 20% dai 40 ai 49 anni, mentre gli over 50 sono il 13,9%.

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